martedì 18 agosto 2026

Pianto

La reazione più tipica davanti a un dipinto di Rothko è il pianto, Capita spesso di vedere uno spettatore in lacrime davanti a un dipinto di Rothko e per esperienza posso dire che capita ugualmente a uomini e a donne. Mio padre sapeva bene che la gente spesso piangeva davanti ai suoi quadri e, francamente, ne era orgoglioso; al punto tale da considerarla una prova del fatto che i suoi dipinti traboccavano di contenuti - in particolare contenuti tragici - e che non solo poteva ma anche riusciva a coinvolgere il suo spettatore in modo profondo ed emotivo.
Perché le lacrime? Tradizionalmente si pensa alle lacrime come a una risposta alla tristezza. Ma i dipinti non sono tristi. Avendo così pochi riferimenti al sociale non è chiaro come possano recare messaggi di tri-stezza. Si potrebbe pensare che sia il colore a mandare questo messag-gio; ma è semplicistico, e spesso deviante, equiparare i dipinti con colori brillanti a un sentimento di gioia o quelli con colori scuri a un sentimento di tristezza. Aggiungo che, nella mia pur limitata ricerca a questo proposi-to, ho scoperto che gli spettatori piangono ugualmente di fronte ai dipinti chiari e a quelli scuri.
Ritengo infatti che questa discussione sulla tristezza sia fuori luogo, poiché non è certo che le lacrime versate davanti a un dipinto di Rothko siano lacrime di tristezza. Chi è predisposto al pianto ha questa reazione in stati d'animo molto diversi: gioia e rabbia, sollievo o paura, per aver raggiunto o mancato risultati e, voglio aggiungere, in occasione di matrimoni oppure di funerali. Le lacrime non dipendono dalla tristezza ma da quanto una persona è stata turbata dall'intensità di un'esperienza profondamente significa-tiva. Credo sia questo che gli spettatori spesso provano davanti a un'opera di Rothko. Qualsiasi cosa portino e qualsiasi cosa prendano nell'incontro con un suo dipinto, quello che ne risulta è un intenso scambio emotivo.
Qualcosa del dipinto tocca una corda che risuona nel loro mondo interiore.
È essenzialmente un fatto fisico, come l'aria che attraversa una canna o come la vibrazione di una corda che emette una nota. Qualcosa dentro di noi è colpito o appena toccato, preso o sfiorato, battuto o accarezzato; invo-lontariamente, da un luogo precosciente, giungono le lacrime, non cercate ma spesso bene accolte. Non è tristezza: è senso, acutamente avvertito.

Christopher Rothko, Mark Rothko, dentro l’opera 

Finestre sull’anima

Voglio ricordare un altro modo in cui l'opera di mio padre è stata carat-terizzata, per quanto mai da lui stesso, bisogna precisare. Un'analogia spesso usata per i suoi dipinti classici è quella della finestra. I formato lo suggerisce e indubbiamente la maniera leggera di trattare le forme dà un'impressione di ariosità. Aggiungete i colori brillanti e il bagliore interno dei dipinti degli anni cinquanta: non è difficile vederci una finestra illuminata.
Forse vi sorprenderà sapere che, anche se questo ci trasporta da un'immagine astratta a una concreta, io stesso amo l'analogia della finestra e trovo molto utile pensare alle opere di Rothko in quest'ottica. Tuttavia, trovo che sia una forzatura considerarle finestre da cui guardare all'esterno. Questi dipinti non sono trasparenti, non c'è una luce che proviene da uno spazio diverso, non c'è un esterno. Di fatto le finestre sono state sigil-late, murate con i colori più voluttuosi. Queste finestre non sono fatte per guardare fuori, ma per guardarsi dentro. I dipinti classici, con il loro grande formato, l'assolutezza delle loro dichiarazioni, la loro seduzione, carpiscono la nostra attenzione visiva, ma non ci offrono panorami. Riflettono invece l'"io" profondo dell'artista e determinano gli impulsi e le reazioni che noi stessi proiettiamo sui dipinti. Sono un invito non a uscire, bensi a entrare.
Sono come finestre sull'anima. Sono luoghi attraverso cui davvero è possibile guardarsi dentro.

Christopher Rothko, Mark Rothko, dentro l’opera 

Il dramma psicologico delle tele

…considerare le opere di Rothko alla stregua di composizioni drammatiche ci porta fuori dal mondo statico e sposta la nostra attenzione dalla superficie. Ma che tipo di dramma è se non un dramma psicologico? Non ci sono attori che occupano fisicamente questo palco, ma solo sentimenti sinceri espressi onestamente e direttamente; a volte in modo brutale, altre volte in modo carezzevole. Questi sentimenti, unicamente mediati dai più fondamentali elementi di colore e forma, interagiscono continuamente: a volte con armonia, altre volte in modo controverso, ma quasi sempre, come le vere emozioni, con quel misto di ambivalenza che tinge il nostro mondo. Non esistono dipinti di Rothko bianchi e neri, come credo che non ci possa essere solo bianco e nero nelle nostre vite.

Christopher Rothko, Mark Rothko, dentro l’opera 

Tele come palcoscenico di un dramma

Egli parlava dei suoi dipinti - senza ironia, potrei aggiungere - come fossero «drammi».
Tra tutte le dichiarazioni che mio padre ha fatto sulla sua opera, credo che questa sia quella che meglio rivela il nostro modo di interagire con i suoi dipinti. Prima di tutto, il dramma ci colloca decisamente in ambito umano.
Le tele non riguardano il colore o la forma, il modo di dipingere o di osservare e non sono idee astratte. Le opere di Rothko si ergono a palcoscenico, e qui vengono rappresentati angosce e dialoghi umani, dal momento che il dramma, diversamente dalla narrazione, implica di per sé uno scambio.

Christopher Rothko, Mark Rothko, dentro l’opera 

mercoledì 12 agosto 2026

La posizione

Ho detto che meditare è semplicissimo, che si riduce al fatto di stare per un po' seduti, immobili e in silenzio. Ora  però devo aggiungere che ci sono mille maniere diverse per sedersi: alla turca, ossia a gambe incrociate, nella posizione del mezzo loto, in quella del loto, nella seiza, ovvero alla giapponese, oppure su una sedia, se non si è abbastanza snodati... Vanno tutte bene, purché siano minimamente confortevoli e permettano, anche a costo di aiutarsi con qualche cuscino, di stare dritti. Sì, perché bisogna stare dritti. Il più possibile. Stirare la colonna vertebrale verso l'alto, come se si volesse spingere il soffitto con la sommità del cranio. Al tempo stesso, radicarla: fare in modo che il bacino, da dove la colonna ha origine, sia al contrario attirato verso il suolo. La parte alta della colonna spinge verso il cielo, la parte bassa tira verso la terra. Così stirata, la colonna si inarca leggermente, si allunga, lo spazio tra una vertebra e l'altra aumenta. Bisogna accompagnare questo tragitto, dal sacro all'occipite. Osservarne le curve. Osservare ciò che accade se si cerca di invertirle: se si inarcano i tratti concavi, se si incavano quelli convessi. Stirandomi così, sento scrocchiare una delle mie vertebre e ne percepisco il suono. E un rumore piacevole, ed è piacevole anche la sensazione che lo accompagna, è incoraggiante. E impossibile avere dubbi sulla sua natura benefica. Tendere così la colonna è un'occupazione a tempo pieno. Ma, mentre ti dedichi a questa occupazione a tempo pieno, devi dedicarti a un'altra, che consiste nel rilassare tutto ciò che si può rilassare: la faccia, le spalle, la pancia, le mani, un bel po' di roba, insomma - a dire il vero, non si finisce mai. Se ti metti a fare l'inventario di tutto ciò che è teso, ti accorgi che anche quella è un'occupazione a tempo pieno. Tendere la colonna vertebrale il più possibile, rilassare il più possibile tutto il resto - due occupazioni a tempo pieno cui consacrarsi contemporaneamente. O meglio, all'inizio quasi contemporaneamente, diciamo in parallelo, come se stessi guidando due cavalli aggiogati insieme che volessero andarsene ognuno per la sua strada. Ed è proprio questo il significato originario della parola yogaattaccare insieme, a uno stesso giogo, due cavalli o due bufali. Passi dall'uno all'altro, e viceversa. Se cerchi di prestare attenzione a ciò che stai facendo, di averne anche soltanto un briciolo di consapevolezza, che è poi l'obiettivo finale, non hai il tempo di annoiarti. Più la posizione richiede impegno, più ci prendi gusto. Assumerla ogni giorno, ritrovarla a un orario fisso è un piacere. La tieni sempre più a lungo. Senti quando cominci a perderla. Allora la correggi, la perfezioni, diventi sempre più consapevole degli equilibri in gioco. Certi giorni è una goduria. Altri una tortura, non c'è niente che funzioni. Tutto il corpo protesta, resiste all'immobilità, non percepisce più neppure uno di quegli equilibri fragili, sottili, che era così gradevole osservare. La miglior cosa da fare, allora, sarebbe prestare attenzione a questa ribellione, a questa svogliatezza, a questo rifiuto. Se vi prestassi attenzione, tutte queste cose rientrerebbero nella meditazione. Ma il più delle volte, quando le senti, invece di prestarvi attenzione ti affretti a porvi fine. Ti alzi, vai a leggere le mail. Non c'è problema.

Emmanuel Carrére, Yoga

lunedì 3 agosto 2026

Trapanare il legno

Einstein ha detto che si dovrebbe sempre trapanare il legno là dove è più spesso, non dove è più facile forare. I progressi si ottengono solo con sforzi straordinari. E uno sforzo straordinario spesso implica il superamento di straordinarie battute d'arresto. La fisica delle particelle va a forare il legno più profondamente di qualsiasi altra attività umana. Per forza di cose, di quando in quando, si incontrano serie battute d'arresto.

Leon Lederman e Christipher Hill, Oltre la particella di Dio

domenica 2 agosto 2026

Perché l’uomo è al mondo?

… una citazione di Pitagora, che alla domanda: «Perché l'uomo è al mondo? » rispondeva: «Per osservare il cielo». Per osservare il cielo? Se è vero, la maggior parte degli uomini non lo sa. La maggior parte degli uomini pensa di essere al mondo per trovare l'amore, per arricchirsi, per esercitare un potere, per fare crescere il PIL o per lasciare la propria impronta sulla sabbia del tempo. Sono pochi quelli che sanno di essere al mondo per osservare il cielo. E se non siamo tra questi, è una fortuna conoscere qualcuno che lo sia.
Allarga l'orizzonte. lo ho questa fortuna: conosco Hervé, un uomo pacato, laconico, riflessivo, che vive come se dovesse morire da un momento all'altro e rifugge da ogni zavorra. Come Diogene, pensa che sia meglio bere nel cavo della mano che in una tazza. Per alleggerirsi, quando viaggia strappa e butta via le pagine dei libri a mano a mano che le legge. Come giornalista dell'agenzia France-Presse, ha vissuto in Spagna, nei Paesi Bassi, in Pakistan, guardandosi bene dal fare carriera per restare, come dice lui, fuori della portata dei radar. Oggi si divide tra Nizza e Le Levron, un paesino del Valais dove ha un appartamento in uno chalet da cui si gode la vista di due valli. È un panorama di rara bellezza, davanti al quale ha meditato molto, e scritto tre libri in cui passa in rassegna tutto quello che i mistici hanno detto sulla Realtà ultima, a lungo designata con un nome in codice che non fa più per noi: Dio. Da ormai trent'anni io e Hervé ci ritroviamo a Le Levron per fare lunghe camminate in montagna, parlare un po', stare molto in silenzio. Una barzelletta locale che mi piace un sacco parla di tre contadini seduti su una panca che vedono passare una mucca. « È la mucca di Pierrot» dice il primo. Dopo un quarto d'ora il secondo fa: « No, è la mucca di Fernand». Dopo un altro quarto d'ora il terzo si alza e se ne va via dicendo: « Ne ho abbastanza dei vostri litigi». Le nostre conversazioni sono così, tranne che noi non litighiamo.

Emmanuel Carrére, Yoga 

Rivoluzione della meditazione

Sì, perché è questa la rivoluzione, una delle rivoluzioni innescate dalla meditazione. Anziché considerare con astio pensieri di cui un po' ci si vergogna, anziché cercare di sradicarli, ci si limita a osservarli senza farne un dramma. Perché esistono, perché ci sono.
Né veri né falsi, né buoni né cattivi: microeventi psichici, bolle che risalgono alla superficie della coscienza. Se li consideriamo così, il loro potere e la loro capacità di nuocere calano senza che neppure ce ne rendiamo conto. Non si giudicano i propri pensieri, come non si giudica il prossimo. Bisogna prenderli per quello che sono, vederli come sono. Si, questa è la terza, e forse la più esatta, definizione della meditazione: vedere i propri pensieri come sono. Vedere le cose come sono.

Emmanuel Carrére, Yoga 

Scopo dell’arte

… frase di Glenn Gould, che nel corso del tempo ho ricopiato tante volte in diversi taccuini: «Lo scopo dell'arte non è procurare una momentanea scarica di adrenalina ma la costruzione paziente, che dura tutta la vita, di uno stato di meraviglia e serenità».

Emmanuel Carrére, Yoga 

Spia dei nostri pensieri

La cosa interessante della meditazione - e questa potrebbe essere la seconda definizione - è che fa nascere in noi una sorta di testimone che spia il turbine dei nostri pensieri senza lasciarsene travolgere. Noi siamo puro caos, confusione, siamo una poltiglia di ricordi e paure e fantasie e vane aspettative, ma dentro di noi c'è qualcuno di più tranquillo, che vigila e riferisce.

Emmanuel Carrére, Yoga

venerdì 31 luglio 2026

Meditazione

Eppure, dall'alto della mia infima esperienza, penso che si possa arrivare alla meditazione attraverso un sentiero meno impervio, un sentiero banalissimo, accessibile a tutti, e che la tecnica per imboccarlo si impari in cinque minuti. Consiste nel sedersi e nello stare per un certo tempo immobili e in silenzio. Tutto ciò che accade nel lasso di tempo in cui stiamo seduti, immobili e in silenzio, è meditazione. Ho cercato spesso di darne una buona definizione - la più esatta, la più semplice, la più esauriente possibile -, e ne ho trovate parecchie che tirerò fuori nel corso del racconto, ma per cominciare questa mi sembra la migliore, perché è la più concreta, quella che incute meno soggezione. Lo ripeto: la meditazione è tutto ciò che accade dentro di noi nel lasso di tempo in cui stiamo seduti, immobili, in silenzio. La noia è meditazione. Il male alle ginocchia, alla schiena, al collo è meditazione. I pensieri pardisi sono meditazione. I gorgoglii nello stomaco sono meditazione. L'impressione di perdere tempo a tare una boiata pseudo-spirituale è meditazione. La telefonata che prepari mentalmente e anche la voglia di alzarti a farla è meditazione. La resistenza che opponi a quella voglia è meditazione - cedere invece no. Tutto qui. Niente di più.
Qualunque cosa in più è di troppo. Se lo si fa regolarmente, per dieci minuti, venti minuti, mezz'ora al giorno, ciò che accade nel lasso di tempo in cui si sta seduti, immobili e in silenzio, cambia. Cambia la postura. Cambia la respirazione. Cambiano i pensieri. Cambiano perché tutto, in ogni caso, cambia, ma cambiano anche perché li si osserva. Quando si medita, non si fa e soprattutto non si deve fare nient'altro che osservare. Osservare l'affacciarsi alla coscienza dei pensieri, delle emozioni, delle sensazioni.
Osservarne il dissolversi. Osservarne le fondamenta, i punti d'appoggio, le linee di fuga. Osservarne il passaggio. Non fare corpo con loro, non scacciarli. Seguire la corrente senza lasciarsi travolgere. A forza di farlo, è la vita stessa a cambiare. Sulle prime non ce ne rendiamo conto. Abbiamo la vaga impressione di essere sulla soglia di qualcosa. Qualcosa che lentamente prende forma. Ci distacchiamo un poco, soltanto un poco, da ciò che chiamiamo Sé. Ma quel poco è già molto. E già moltissimo. Ne vale la pena. E un viaggio.

Emmanuel Carrére, Yoga

Ego ingombrante

Il mio unico, vero problema (certamente innegabile, ma comunque un problema da ricchi) era un ego ingombrante, dispotico, di cui aspiravo a ridurre il potere, e la meditazione è fatta appunto per questo.

Emmanuel Carrére, Yoga

domenica 12 luglio 2026

Gloria come immortalità

Nei poemi omerici, l'idea dominante è che non c'è vita dopo la morte. Nel mondo al di là, gli eroi vivono una vita nell'ombra, svolazzando come pipistrelli, senza aver piu realmente la capacità di intluenzare gli eventi sulla terra. E nessuno, questo è sicuro, può risorgere dalla morte. Questa altera visione della condizione umana non fa che aumentare l'intensità della vita dell'eroe. Noi siamo ciò che facciamo; la gloria, conquistata in vita, è la nostra unica immortalità.

Robin Lane Fox, Il mondo classico 

sabato 4 luglio 2026

Tempo e pazienza

Mi mostrò cosa aveva comprato quel giorno, una copia originale di Guerra e pace di Tolstoj, in russo, e andò subito a uno dei suoi passaggi preferiti: I più forti tra tutti i guerrieri sono il tempo e la pazienza; saranno capaci di qualunque cosa...

Kristen Loesch, La bambola di porcellana 

giovedì 2 luglio 2026

Strada come una ferita

La strada attraversa come una ferita il cuore di una foresta di betulle.

Kristen Loesch, La bambola di porcellana

domenica 21 giugno 2026

Desiderio di pianto

Così disse [Priamo], e suscitò nell'altro [Achille] il desiderio di pianto
per suo padre. Prese la mano del vecchio e la scostò dolcemente:
entrambi ricordavano, l'uno Ettore sterminatore, e piangeva fitto, rannicchiato ai piedi di Achille;
Achille piangeva quando suo padre e quando Patroclo...

OMERO, Iliade, 24.507-II.

Libertà

Anche la libertà era un valore politico, ma che
assumeva significato solo in contrapposizione al suo contrario, la schiavitú. Da Omero in poi, le comunità soppesavano la loro libertà rispetto a nemici che potevano sempre ridurle in schiavitú.
Entro una comunità, poi, la libertà divenne un valore delle costituzioni politiche: le alternative erano denunciate come forme di «schiavitú». Soprattutto, la libertà era lo status privilegiato di taluni individui, diversi in questo dagli schiavi, che potevano essere venduti o comprati. Ma, a prescindere dalla schiavitú, in che cosa consisteva la libertà di un individuo? Era forse una libertà di parola o di religione, la libertà di poter adorare ciascuno il dio che si preferiva? O era magari la libertà di vivere come si voleva, oppure la semplice libertà da interferenze esterne? E quando questa «libertà» diventava semplice e spregevole «scostumatezza»? Di tutto questo si parlava al tempo di Adriano, che fu salutato dai Greci come un liberatore e come un dio.

Robin Lane Fox, Il mondo classico

Autonomia

«Autonomia» è una parola inventata dagli antichi Greci, ma per loro andava inserita in un preciso contesto politico: indicava l'autogoverno di una comunità e un certo grado di libertà dinanzi a un potere esterno che era abbastanza forte da metterla in pericolo.

Robin Lane Fox, Il mondo classico

mercoledì 17 giugno 2026

Esprimere sentimenti

Esprimere i propri sentimenti è facile e al tempo stesso sorprendentemente difficile. E lo è soprattutto quando abbiamo di fronte le persone a cui più teniamo. Gli camminavo accanto e riflettevo su queste cose. Ma una volta che si è trovato il coraggio, ci si avvicina ancora di più.

Satoshi Yagisawa, Una serata tra amici a Jinbocho 

Insieme a leggere in silenzio

"Ehm, Tomo-chan...?" chiamai.
"Sì?"
"Che fai?"
"Come che faccio? Leggo, no?" rispose come se niente fosse.
"Sì, appunto, perché ti sei messa a farlo proprio adesso?"
"Mi è venuta una voglia improvvisa di leggere."
Teneva gli occhi fissi sul libro. Era forse il suo modo di sottrarsi alla realtà? Magari in risposta alla confessione di Ta-kano?
Quando lui mi si accostò alle spalle, Tomo-chan si avvicinò ancora di più il libro al volto. Io e lui ci guardammo, indecisi sul da farsi.
Poi Takano andò a sedersi accanto a lei - non so che cosa gli fosse venuto in mente, non me lo disse -, in silenzio prese un tascabile e cominciò a leggere anche lui.
Per un attimo Tomo-chan alzò gli occhi e lo fissò, poi tornò al suo libro.
"Ma... che... mi fate un po' paura," mormorai alle loro spalle.
Nessuno dei due mi rispose. Quando già cominciavo a chiedermi cos' avrei fatto se fossero andati avanti per tutta la notte, Takano disse: "Sai, Aihara. Lo non sono granché bravo con le parole, ma se volessimo passare del tempo insieme così, a leggere in silenzio, credo che me la caverei. In caso di necessità puoi sempre chiamarmi. E io correrò da te"

Satoshi Yagisawa, Una serata tra amici a Jinbocho