giovedì 19 aprile 2018

Il silenzio: Ninfa Tacita - Lara

La ninfa salutare per eccellenza si chiamava Iuturna, Giuturna, come dice il suo stesso nome che viene dal verbo iuvare, «far bene», «giovare». Le sue acque erano le piú benefiche, le piú pure, saranno sempre le preferite da sacerdoti e malati. Un giorno questa ninfa della salute sarà onorata con una festa, quella dei Iuturnalia, celebrata da tutti i Romani che avranno una relazione con l’acqua.
Si tramanda che fosse l’amante di Giano e la madre di Fons. C’è però chi racconta che anche Giove fosse stato preso da ardente passione per lei. Ma lei, crudele, non ricambiava e per sfuggirgli si nascondeva fra boschi di fitti noccioli o si tuffava nell’acqua. Giove irritato e umiliato convocò allora tutte le ninfe e parlò loro cosí:
– Giuturna non vuole fare l’amore con me, il piú grande degli dèi immortali, e cosí danneggia se stessa. Se aiuterete me, in realtà darete aiuto a vostra sorella. Mentre lei fugge, ponetevi sull’orlo della riva perché non possa immergersi nell’acqua del fiume. Cosí potrò prenderla. Io ne avrò un grande piacere, e lei un grande vantaggio.
Tutte le ninfe gli fecero cenno che sí, lo avrebbero fatto. C’era per caso fra loro la bellissima Lara, figlia del fiume Almone, un affluente del Tevere. A quanto pare nei primissimi tempi (cosí sostiene un antico poeta) aveva il nome di Lala – dalla parola greca lalē, chiacchierona – e in effetti era una ninfa che non sapeva tacere. Quante volte suo padre le aveva detto di tenere a bada la lingua, ma lei non poteva, non ci riusciva. E cosí anche quel giorno non si frenò. Corse al lago della sorella Giuturna e le riferí, per filo e per segno, le parole di Giove.
– Scappa, va via, non cercare rifugio nel fiume, – esortava.
Poi vide Giunone, la sposa di Giove, e ancora una volta non seppe tacere: – Tuo marito è innamorato della ninfa Giuturna.
Giove, si narra, divenne una furia. E senza esitare strappò a Lara quella lingua che lei non usava a dovere. Poi chiamò il dio Mercurio e gli ordinò di portare la ninfa fra i morti, muta per sempre.
– Che resti laggiú, dove regna il silenzio, dove nessuno ha piú voce, – tuonava. Mercurio, senza perdere tempo, prese Lara e volò verso i luoghi silenti dei Mani, anime dei defunti e dèi loro stessi del mondo di sotto. Ma lungo il percorso s’invaghí della bellissima ninfa e senza darsi pensiero le fece violenza. Lei cercava di implorare pietà, ma la sua bocca ormai muta non riusciva ad emettere nessuna parola. Sembra che da quello stupro divino siano nati due figli gemelli, chiamati Lari [cfr. p. 201] a ricordo del nome materno. Ma lei cambiò nome adesso che non poteva piú cantare e parlare. E cosí Lara, la chiacchierona, la ninfa indiscreta, divenne dea della discrezione, del silenzio opportuno e prudente, e venne chiamata per sempre Tacita.
Tacita vuol dire «che fa tacere», dea invocata da chi vorrà comportarsi da persona perbene, visto che a Roma essere di poche parole sarà sempre considerata una grande virtú, per uomini e donne. «Parla per ultimo, taci per primo», affermerà un noto precetto. Tacita allora difenderà tutti dalla propria eccessiva loquacità, ma soprattutto le donne, sempre inclini, si sa, a parlar troppo e anche male [cfr. p. 125]. La storia di Lara, d’altronde, avrebbe insegnato che le donne riescono a stare zitte solo se si strappa loro la lingua. La muta dea del silenzio però avrà anche il potere di proteggere dalle parole degli altri, cucendo labbra di maldicenti, bloccando lingue di nemici pettegoli. Finire nella bocca degli altri sarà sempre per i Romani un pericolo serio: si tratterà di una questione di pubblica reputazione, di prestigio sociale e di onore [cfr. p. 348-49 e 216].

Tacita/Lara resterà per sempre nel mondo dei morti, dove è sovrano il silenzio, fra coloro che non hanno piú voce.

Miti Romani, Lucia Ferro e Maria Monteleone

Giano e Gianicolo

Quando il mondo ebbe inizio e Giano tornò ad avere l’aspetto di un dio, poco a poco, si narra, apparvero ovunque le fonti, i laghi, i fiumi, le valli e i monti coperti di boschi. Apparvero pesci nell’acqua, animali sui prati e nelle foreste, uccelli nell’aria. Solo in ultimo fece il suo ingresso l’essere umano. Forse fu in quel momento che Giano si guardò intorno e scelse la sua dimora, una collina coperta allora di querce e farnetti.
«Da quassú, – si disse, – potrò godermi ogni cosa, basta solo aspettare».
E da quel colle – Gianicolo lo chiameranno – si dispose a guardare l’inizio del tempo e dello spazio di Roma.

Miti romani - Lucia Ferro, Maria Monteleone

mercoledì 18 aprile 2018

Gennaio

Diceva"Il vecchio anno finisce qui e proprio qui il nuovo comincia e il tempo
acquistava un corso ordinato".
E cosí il mese che segue alla bruma, quello in cui un sole nuovo inizia il cammino, si chiamerà per sempre Ianuarius, di Giano, il nostro Gennaio

Miti Romani, Lucia Ferro e Maria Monteleone 

Giano bifronte

Non sembrava avere né davanti né dietro, sulla testa mostrava due volti, posti l'uno nel verso contrario dell'altro. Dove un dio avrebbe avuto normalmente la nuca, lui aveva un altro viso. Questo fatto non era motivo di confusione, al contrario era segno che lui vigilava sullo spazio nel quale regnava, perché poteva vedere sia davanti che dietro, e adesso che il mondo si era fatto ordinato il suo sguardo fissava lo spazio: non sarebbe tornato a confondersi ancora. Restava immobile, fermo, a fare il guardiano dei punti piú a rischio, dove la distinzione poteva sfuggire, dove il qui aveva inizio e il là terminava. Era il dio di tutti i "passaggi" e si chiamava lanus, Giano, come iani erano detti i passaggi e ianua la porta. Cosí il dio Giano sorvegliava tutto quanto passava, da qui a là, da davanti a dietro, da fuori a dentro, e viceversa. Reggendo in mano un bastone di viandante e una chiave, sarà sempre il dio dell'uscita e dell'entrata, dell'andare e venire, di chi partirà e di chi troverà la via del ritorno. Per questo quando un esercito romano uscirà per fare la guerra le porte del tempio di Giano staranno aperte finché i soldati, salvi e possibilmente trionfanti, noe saranno rientrati a casa. Domi, a casa: cosí si dirà per indicare lo stato di pace.

Miti Romani, Licia Ferro e Maria Monteleone 

martedì 17 aprile 2018

Vecchiaia e sonno

La vecchiaia è sempre insonne; come sr l'uomo, quanto più a lungo è stato unito alla vita, tanto meno si curi di ciò che assomiglia alla morte.

Moby Dick, Herman Melville  

martedì 10 aprile 2018

Democrazia del mare

Quando guadagnammo il mare aperto, il venticello tonificante si fece più fresco; il piccolo Muschio si scuoteva via la rapida spuma dalla prua come un giovane puledro i suoi schizzi di schiuma. Come aspirai quell'aria che sapeva di selvatico! E come disprezzai la terra così piena di restrizioni! Quella ordinaria strada maestra, tutta intaccata dai segni di calcagni e di zoccoli servili. E mi volsi ad ammirare la magnanimità del mare che non consente si lascino tracce del genere.

A quella stessa fonte di schiuma Queequeg pareva abbeverarsi e vacillare con me. Le sue narici brune si dilatavano; mostrava i denti levigati e aguzzi. Ci proiettavamo avanti, avanti; e una volta raggiunto il largo, Il Muschio rese omaggio alle raffiche, veloce abbassò e immerse la prua come uno schiavo davanti al Sultano.

Herman Mellville, Moby Dick

sabato 7 aprile 2018

Lasciar la propria terra

Sorgeva allora primavera, quando il padre Anchise ordinò di spiegare le vele ai fati: allora lasciò in lacrime le rive, i porti della patria e la piana dove si ergeva Troia. Esule son trascinato al largo coi miei compagni, il figlio, i Penati e i grandi dei.

Virgilio, Eneide, Terzo Libro

martedì 3 aprile 2018

L'uomo autorevole nella folla

E come spesso accade, se in una grande comunità scoppia una sommossa e la folla senza volto s'inasprisce, mentre già volano pietre e tizzoni (il furore arma le mani); nel caso scorgano un uomo autorevole per meriti e pietà, tutti ammutoliscono immobili con le orecchie tese: e quello con la parola governa gli animi, blandisce i cuori; cosí si calmò il fragore del mare, dopo che padre Nettuno, rivolto alle acque lo sguardo e librandosi nel cielo aperto, spronò i cavalli e in volo allentò le briglie al docile carro.

Eneide Virgilio - traduzione Mario Ramous

Mani parlanti

Mani parlanti per benedire, dire, come dare e argomentare
La simbologia delle mani nei dipinti dal medioevo: pollice e anulare congiunti di Dio rappresentano un gesto benedicente alla “greca”, un gesto di favore.

https://pilloledarte.wordpress.com/2012/10/07/mani-parlanti-dire-benedire-comandare-argomentare/

venerdì 30 marzo 2018

Povertà e frontiere

Il peccato che può pagarsi il tragitto può viaggiare liberamente e senza passaporto; mentre la Virtù, se è povera, viene fermata a tutte le frontiere 

Herman Melville, Moby Dick 

giovedì 29 marzo 2018

Ogni impedimento è un giovamento

Un giorno notai come un partecipante di un corso che stavo tenendo sembrasse capace di gestire in maniera molto efficace lo stress. Gli chiesi a cosa attribuisse questa capacità: egli mi spiegò che la faceva risalire a un detto che suo padre gli aveva insegnato a Napoli durante l'infanzia: «Ogni impedimento è giovamento». In breve quel proverbio era diventato per lui un atteggiamento costante, un elemento fisso all'interno della sua interpretazione dei fatti.

Resisto dunque sono, Pietro Trabucchi

Valutazione cognitiva

È un concetto chiave: le persone non sono stressate dagli eventi in sé, ma dal modo in cui li interpretano. In altre parole, la resilienza non è questione di spessore dell'epidermide o di robustezza delle cellule nervose: ma è funzione della nostra valutazione cognitiva, del nostro modo di vedere il mondo e di comprendere i fatti.

Resisto dunque sono, Pietro Trabucchi

martedì 27 marzo 2018

Bacio della buonanotte

La mia unica consolazione, quando salivo a coricarmi, era che la mamma sarebbe venuta a darmi un bacio non appena fossi stato a letto. Ma quella buonanotte durava cosi poco, lei ridiscendeva così presto, che il momento in cui la sentivo salire, e poi quando nel corridoio dalla doppia porta trascorreva il fruscio leggero della sua veste da giardino di mussola azzurra, dalla quale pendevano dei cordoncini di paglia intrecciata, era per me un momento doloroso. Era l'annuncio di quello che sarebbe seguito, quando mi avrebbe lasciato, quando sarebbe ridiscesa.

Marcel Proust, Alla ricerca del tempo perduto 

Abitudine

L'abitudine! ordinatrice abile ma terribilmente lenta, che comincia con il lasciar soffrire il nostro spirito, per settimane, in una sistemazione provvisoria; ma che, nonostante tutto, esso è ben contento d'incontrare, giacché senza l'abitudine, e ridotto ai suoi soli mezzi, sarebbe impotente a renderci abitabile una casa.

Marcel Proust, Alla ricerca del tempo perduto 

Incanto della fantasia

Se, come a volte accadeva, vedevo in lei i lineamenti di una donna che avevo conosciuto nella vita, mi dedicavo interamente a un unico scopo: ritrovarla; come quelli che si mettono in viaggio per vedere con i propri occhi una città desiderata e immaginano si possa godere nella realtà l'incanto della
fantasia.

Marcel Proust, Alla ricerca del tempo perduto 

M'addormento

Per molto tempo, mi sono coricato presto la sera. A volte, appena spenta la candela, gli occhi mi si chiudevano così in fretta che nemmeno avevo il tempo di dire a me stesso: "M'addormento". E, una mezz'ora più tardi, il pensiero che era tempo di cercar sonno mi ridestava; volevo posare il libro che credevo di avere ancora fra le mani

Marcel Proust, Alla ricerca del tempo perduto 

domenica 25 marzo 2018

Il sostegno della memoria

Sul letto di ferro, un solo pensiero schiaccia dona Flor, la getta, dilaniata, contro il fondo di se stessa: mai più l'avrebbe avuto accanto in un tumulto di sentimenti il suo Vadinho, mai più. 
Quella certezza la penetra e la stronca; lama avvelenata le squarcia il petto, le imputridisce il cuore, cancellando il suo desiderio di sopravvivere, la sua gioventù avida di vita. Nel letto di ferro desiderosa di morire dona Flor. Solo il desiderio la sostiene, solo la memoria persiste. Perché lo aspetta se è inutile? Perché il desiderio divampa come una fiamma, un fuoco che la divora nell'intimo, che la mantiene in vita? Se è inutile, se lui non tornerà, amante spudorato a strapparle di dosso i vestiti o la camicia da notte, ad esporre la sua nudità impubere, dicendo frasi così pazze che neppure nel ricordo lei osa ripeterle, così pazze e indecenti, ma così belle, ahi. Non verrà a toccarle il petto, le anche, il ventre, a svegliarla e addormentarla, temporale di
desideri, uragano che cieca la conduce con sé, brezza di tenerezza, zeffiro di sospiri, e il venir meno per poi svegliarsi nuovamente. Ahi, mai più. Solo il desiderio la sostiene, e le memorie.

Dona Flor e i suoi due mariti, Jorge Amado 

L'amore conta

Nelle sedie avevano preso posto il Prefetto con sua moglie, il Capo della Polizia con la madre e le sorelle, l'Assessore alla Pubblica Istruzione, i comandanti della Polizia Militare e del Corpo dei Pompieri con i loro familiari, il dottor Jorge Calmon e altri signoroni. Dona Flor, in mezzo a tutta quella crema,
sorrise a Vadinho: «Mi dispiace solo che mamma non ci veda... non ci potrebbe credere...noi due seduti col Governo...»
Vadinho rise del suo riso canzonatorio e disse: «Tua madre è un vecchio fossile,
non ha ancora capito che nella vita
quel che conta è l'amore, l'amicizia. II resto è tutta paccottaglia, presunzione, non vale la pena ...»

Dona Flor e i suoi due mariti, Jorge Amado 

Ridere

Don Clemente Nigra, nel cortile del convento prospiciente all'immenso mare verdeazzurro liscio come l'olio osservando suo lutto stretto e straziante, le toccò il viso triste: magra e arresa dona Flor veniva ad ordinare la messa di suffragio del primo mese.
«Figliola,» sussurrò il frate d'avorio, «che disperazione è mai questa? Vadinho era così allegro, gli piaceva tanto ridere... Ogni volta che lo vedevo mi rendevo conto che il peggior peccato mortale è la tristezza, il solo che offenda la vita. Che direbbe lui se ti vedesse cosi? Non gli piacerebbe; a lui non piaceva niente che fosse triste. Se vuoi essere fedele alla memoria di Vadinho, affronta la vita con gioia ...»

Dona Flor e i suoi due mariti, Jorge Amado 

Torna a vivere

«Che cos'è questo? Quanto tempo ancora deve durare questa esibizione?»
«Cosa ci posso fare? Non lo faccio
apposta.»
«E la tua forza di volontà? Di' a te stessa: da domani comincio una nuova vita; chiudi la porta sul passato, torna a vivere.»

Dona Flor e i suoi due mariti, Jorge Amado