…l'architetto Raniero Mercandalli pensava ai propri compagni della III A con un senso di perplessità. Di fatto, non sapeva se nei loro confronti prevalesse l'affetto o il fastidio.
L'affetto era una conseguenza naturale della consuetudine, ma a ben vedere, tolto il momento della cena, una volta all'anno, la complicità era tutta concentrata negli anni del liceo, come qualcosa di radioattivo che continuava a rilasciare nel tempo (e sempre meno col passare degli anni) un po' dell'energia originaria. Ma perché rimanere fedeli a quell'energia, se era ormai poco piú che un ricordo, qualcosa da tematizzare, da commentare, da citare, ma non piú da vivere? Di che affetto si trattava, dunque? Di nostalgia, prevalentemente, ma allora sarebbe stato piú corretto parlare di auto-affetto, di pulsione regressiva, di un sogno in cui la presenza e il contributo dei suoi compagni erano del tutto casuali...
L'affetto era una conseguenza naturale della consuetudine, ma a ben vedere, tolto il momento della cena, una volta all'anno, la complicità era tutta concentrata negli anni del liceo, come qualcosa di radioattivo che continuava a rilasciare nel tempo (e sempre meno col passare degli anni) un po' dell'energia originaria. Ma perché rimanere fedeli a quell'energia, se era ormai poco piú che un ricordo, qualcosa da tematizzare, da commentare, da citare, ma non piú da vivere? Di che affetto si trattava, dunque? Di nostalgia, prevalentemente, ma allora sarebbe stato piú corretto parlare di auto-affetto, di pulsione regressiva, di un sogno in cui la presenza e il contributo dei suoi compagni erano del tutto casuali...
Michele Mari, I convitati di pietra
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